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giovedì 24 agosto 2017

Esplora te stesso...

Soto! Esplora te stesso!
Poiché dentro te troverai
Il “Continente Inesplorato”
Nessuno osò colonizzare la Mente.

(Emily Dickinson)

martedì 20 giugno 2017

Dolore

"Cosa fai ancora lì,nell'angolino del dolore? Perchè sei lì? Ormai non c'è più niente da fare! Non si puó cambiare il passato, ma il futuro puó essere costruito meglio, molto meglio".
(C.Romao)

giovedì 15 giugno 2017

La meditazione

“[…] Di solito ci sediamo su una sedia o sul pavimento. Se usi una sedia, l’ideale è una sedia con lo schienale dritto e con il piano a un’altezza che ti permetta di appoggiare le piante dei piedi per terra. Noi suggeriamo di tenere la schiena un po’ staccata dallo schienale, in modo che la schiena si sorregga da sé. Ma sei hai bisogno di appoggiarti allo schienale anche questo va bene. Se preferisci stare seduta sul pavimento, usa un cuscino spesso e non troppo morbido, che tenga le tue natiche solevate da terra di una decina di centimetri. Un guanciale ripiegato in due serve benissimo allo scopo; oppure puoi comperare un apposito cuscino da meditazione o zafu. Ci sono diverse posizioni inginocchiate o a gambe incrociate per meditare seduti sul pavimento. Quella che io uso più spesso è la cosiddetta posizione ‘birmana’, a gambe incrociate, con un tallone vicino all’inguine e la seconda gamba ripiegata davanti alla prima. Le ginocchia arrivano a toccar terra o meno a seconda di quanto sono flessibili le tue giunture: la posizione è più comoda se le ginocchia toccano terra. Alcuni preferiscono stare inginocchiati con un cuscino fra le gambe.
Meditare seduti o inginocchiati sul pavimento dà una piacevole sensazione di contatto con la terra e di autonomia. Ma non è importante stare seduti sul pavimento piuttosto che su una sedia o sedere a gambe incrociate piuttosto che in un’altra posizione. […] Alla fine, nella meditazione ciò che importa non è su cosa stai seduta, ma la sincerità del tuo impegno. Che tu sieda su una sedia o per terra, mantenere una posizione corretta è invece molto importante nella pratica della meditazione.
La posizione è un atteggiamento esterno che aiuta a coltivare un atteggiamento interno di dignità, pazienza e autoaccettazione. I punti principali da ricordare a proposito della posizione sono: cerca di tenere la schiena, il collo e la testa allineati lungo un asse verticale; rilassa le spalle; tienile mani in una posizione comoda. Di solito le appoggiamo sulle ginocchia o sulle cosce, oppure le teniamo in grembo, con le palme rivolte verso l’alto, le dita della mano sinistra sovrapposte a quelle della destra e le punte dei pollici che si toccano appena. […].”
(Jon Kabat-Zinn,  Vivere momento per momento)

giovedì 1 giugno 2017

La pratica della meditazione è uno specchio

La pratica della meditazione è uno specchio. Ci permette di osservare i problemi che il nostro pensiero crea, i piccoli (o non tanto piccoli) trabocchetti della mente, di cui a volte restiamo prigionieri.
Ciò che noi stessi abbiamo reso difficile diventa facile, quando vediamo la nostra mente riflessa chiaramente nello specchio della consapevolezza.
[…]."
(Jon Kabat Zinn, Vivere momento per momento)
(Brano letto alla fine della meditazione con visualizzazione del 31 maggio 2017)

giovedì 11 maggio 2017

Wesak 2017

Ieri sera eravamo veramente tante/i alla meditazione per il wesak,e a molti abbiamo dovuto dire di no....ci è dispiaciuto tantissimo, ma lo spazio della sala è quello. Quello che c'è oggi è un vasto senso di gratitudine per ognuna delle persone presenti,che hanno creato la serata, per tutti quelli che non c'erano ma c'erano.....per....davvero pura gratitudine .... per ogni cosa è per niente, gratitudine come senso di resa ad un universo che siamo , perfetto così come si manifesta momento dopo momento. Da questo Wesak al prossimo nella meditazione della luna piena verrà inserita la pratica di benevolenza.
Centro Studi di Psicoterapiae Crescita Umana

venerdì 5 maggio 2017

Non mi giudico

 “[…] Fran descrive la sua esperienza […]  come una <<curiosa>> sensazione di essere <<solida>> e <<libera>>. Di ce che anche il semplice stare sdraiata sul prato dopo pranzo è stato un’esperienza speciale. Si è resa conto di non essere stata sdraiata su un prato a guardare il cielo da quando era ragazzina. Fran ora ha quarantasette anni. Il suo primo pensiero, dopo aver provato quel senso di benessere, è stato: <<Che spreco!>>. Con riferimento a tutti quegli anni in cui non è stata in contatto con se stessa. Io la invito a riconoscere, tuttavia, che quegli anni sono ciò che l’ha portata ora alla sua attuale esperienza di solidità e libertà, e ad osservare l’impulso a giudicarli negativamente con lo stesso distacco che adotta per tutti gli altri giudizi durante la meditazione. […]”.
(John Kabat- Zinn, Vivere momento per momento - Brano letto a conclusione della Meditazione della Montagna del 3 maggio 2017)

venerdì 28 aprile 2017

La Conoscenza

"La conoscenza deriva da:
"Che cosa sono io?",
fino a : "Non so che cosa io sia"; fino a fra: "forse io non sono" e "Io troverò me stesso; a fra "Io troverò me stesso" e "Io sono", a "Sono quel che so di essere", a "Io sono"
."
(Abu-Hasan el-Shadhili)

giovedì 20 aprile 2017

Il bambino ferito

“[…] A volte qualcuno nel corso di un laboratorio ci dice “non potrò stare bene con nessuno finché non avrò guarito il mio bambino ferito”. E noi rispondiamo “se fosse così, le buone relazioni di coppia sarebbero rare come fiori nel deserto, hai mai pensato che l’altro potrebbe aiutarti nel prenderti cura di queste ferite?”. La verità è che spesso non abbiamo il coraggio di riconoscere, prima a noi stessi e poi agli altri, la vergogna, il senso di impotenza, la paura che ci suscitano le ferite di quel bambino. Oppressi da questi sentimenti, non siamo in grado di chiedere aiuto e tanto meno di offrirlo. Piuttosto, preferiamo abbandonarci inconsapevolmente alla pretesa magica che l’altro ci liberi da quelle ferite. Solo la magia potrebbe risolvere i nostri problemi dall’esterno, se non siamo disposti a riconoscerli e prenderci la responsabilità di curarli. Ma la magia, almeno qui, non funziona. Quando smettiamo di evitare il nostro mondo interiore e ci prendiamo le nostre responsabilità, l’altro non è più una minaccia, non è più responsabile dei nostri disagi e possiamo accogliere anche i suoi limiti, come i nostri.
Allora smettiamo di avanzare pretese e iniziamo a formulare richieste. Possiamo usare quelli che noi chiamiamo i quattro passi per muoversi dalla pretesa alla richiesta d’aiuto: 1) riconoscere ed esprimere il proprio desiderio; 2) riconoscere ed esprimere il bisogno che dà energia al desiderio; 3) ascoltare e comprendere il bisogno differente dell’altro; 4) chiedersi “cosa posso fare io?” “come possiamo aiutarci reciprocamente?”. Per avere una relazione d’amore ricca e positiva non è necessario curare prima le proprie ferite, ma è indispensabile che ciascuno impari a curare le proprie mentre si sta insieme. Il lavoro lo iniziamo in prima persona, da dentro.
L’altro può sostenerci dall’esterno. Nella relazione positiva l’altro diventa il nostro più prezioso alleato. La relazione è un invito, un dono che ci viene dato per trovare l’equilibrio interno attraverso l’equilibrio fuori.
[…]”
(Beatrice Loreti e Roberto Masiani, in SATI, rivista dell’associazione A.Me.Co , settembre/dicembre 2016)

martedì 18 aprile 2017

"Nemmeno dopo tutto questo tempo il sole dice alla terra: “Sei mia debitrice”."
(Hafiz)

giovedì 30 marzo 2017

Pretese e avversione nelle relazioni

“[…] Quando all’interno di noi stessi non diamo ascolto a una o più parti, soffriamo. Assorbiti dalla necessità di proteggerci da questa sofferenza, abbiamo poca disponibilità verso l’esterno, quindi il malessere che stiamo provando lo trasmettiamo anche all’esterno. Così facendo non possiamo aprirci ad un confronto sincero e leale con l’altro, perché potrebbero essere scoperte le parti interiori che noi per primi non vogliamo incontrare. Anche la nostra possibilità di dare è limitata, perché siamo assorbiti dallo sforzo di mantenere le nostre strategie difensive. Riusciamo a dare solo nella misura in cui possiamo usare l’altro come mezzo per rassicurarci, per eludere la responsabilità della nostra difficoltà interna. E’ un dare condizionato. Si all’interno che all’esterno dobbiamo essere attenti a controllare quello che accade, per non lasciare emergere certe cose.
Non c’è la possibilità per dare che sia a beneficio esclusivo della libera espressione dell’altro, perché lo si renderebbe sempre più forte ed autonomi, quindi meno controllabile. Il cocktail emotivo, costituito dal bisogno di sicurezza affettiva, unito all’incertezza circa la propria capacità di riconoscere e di restare in contatto con il mondo interiore, ci fa sentire facilmente minacciati dalla sicurezza e autonomia del partner. La possibilità di prendersi cura del partner viene sacrificata. Inoltre, quando neghiamo che il problema sia dentro, siccome il disagio non si può sopprimere, dobbiamo mantenere la convinzione che quello che non va sia fuori. E dunque crediamo di doverci difendere da qualcosa che sta fuori di noi e sviluppiamo la tendenza a cercare fuori le cose che non vanno.
Quando entriamo in relazione con il mondo esterno cerchiamo il “difetto” e, se vogliamo mantenere la relazione, possiamo dedicarci “alla nobile impresa di cambiarlo”, o almeno contenerlo e limitare i suoi effetti negativi. Anche questo toglie spazio alla possibilità di accogliere l’altro, aiutarlo a realizzarsi per come è e vuole essere. Così l’alleanza nella relazione affettiva non può fiorire, ma si alimentano pretese e avversione.
[…].”
(Beatrice Loreti e Roberto Masiani, in SATI, rivista dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza, di Roma, settembre-dicembre 2016)

mercoledì 22 marzo 2017

Amorevole gentilezza per clinici e per chi lavora nelle relazioni di aiuto

Ho trovato queste frasi e voglio condividerle con voi; sono intenzioni di amorevole gentilezza per clinici e persone che lavorano nelle relazioni d'aiuto, frasi di enorme sostegno per ritrovare e coltivare la nostra compassione soprattutto nei momenti più difficili, quando sentiamo il bisogno di più gentilezza. Possiamo leggerle e ripeterle tutte assieme, o anche copiare la frase che ci risuona maggiormente e portarla con noi nel quotidiano - leggerla più volte al giorno, tenerla come intenzione della giornata. 
Per esperienza ho visto che lavorando prendendo dimora  nella compassione anche i momenti più dolorosi e difficili diventano sostenibili, per noi e per chi lavora con noi; questo permette di non isolarci ma rimanere consapevoli dell' umanità che ci accomuna.

Che io possa essere in grado di aver cura e coltivare me stesso così da potermi occupare dei bisogni degli altri con generosità, equilibrio e presenza.
Che io possa sviluppare l’equanimità e lasciare andare l’illusione di risanare o curare gli altri.
Che io possa vedere questa persona con una mente lucida e un cuore aperto.
Sebbene abbia a cuore il dolore e la sofferenza che provate, non posso fare per voi delle scelte o controllare la vostra vita.
Che io possa accettare i limiti degli altri con calore e compassione e accettare i miei limiti con la stessa gentilezza.
Che io possa vedervi, udirvi e conoscervi nella vostra integrità e bellezza, non solo nella sofferenza e nel dolore che provate.
Che io possa vedere in questa persona la bontà, l’intelligenza e la vulnerabilità.
Che io possa lasciare che questo momento sia così com’è, non come io vorrei che fosse.

Ispirato da Sharon Salzberg (2011).

venerdì 24 febbraio 2017

Il cammino spirituale

[…] Nessun cammino spirituale ha mai permesso la sparizione delle circostanze dolorose della vita. Nessuno. Che cosa può promettervi allora un cammino spirituale? Un modo radicalmente nuovo di porvi in questa realtà dell’esistenza, di non negarla più, di guardarla in faccia con coraggio, di abbandonare le fantasie che non portano a niente […].”
(Arnaud Desjardins, L’audacia di vivere, Astrolabio)

martedì 14 febbraio 2017

Vivere e morire



 “[…] Osare vivere è osare morire a ogni istante, ma è ugualmente osare nascere…essere più consapevoli che ad ogni istante si nasce, si muore, si rinasce. […]”.
(Arnaud Desjardins)

giovedì 2 febbraio 2017

Le difficoltà quotidiane

“[…] Alla domanda che mi era stata posta un giorno: <<Come progredire malgrado le difficoltà quotidiane?>>, avevo dato una risposta un po’ dura: <<Come salire al primo piano senza i gradini della scala?>>. Se siete al piano terra, in un certo senso sono proprio i gradini della scala che vi separano dal primo piano e che allo stesso tempo vi permetteranno di accedervi. La vera domanda da porsi a proposito del cammino diventa allora: <<Come progredite sulla via grazie alle difficoltà quotidiane?>>[…]”
(Arnaud Dejardins, “L’audacia di vivere”, tratto da SATI, rivista dell’A.ME.CO di Roma)

venerdì 27 gennaio 2017

Quello che cerco l'ho nel cuore

"- Non sono immortale.
- Lo sarai, se mi ascolti. Che cos'è la vita eterna se non questo accettare l'istante che viene e l'istante che va? L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos'è stato finora il tuo errare inquieto?
- Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
- Dimmi.
- Quello che cerco l'ho nel cuore, come te."
(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò)

giovedì 22 dicembre 2016

Corpo di luce

"[...]Ogni volta che vogliamo progredire verso il futuro ci scolleghiamo, ci allontaniamo dalla via della luce. La luce esperisce solo l’adesso, il momento attuale. Riconosce che ciò che è adesso è quello che è, è quel che è la realtà, l’attualità di questo momento. […] La nostra natura è luce, pura attualità, per cui agire nell’ottica di un futuro, che può migliorare o peggiorare, significa dissociarci dalla nostra vera Natura. […] In altre parole, l’orientamento della speranza verso qualcosa nel futuro ci disconnette dalla nostra vera identità. E così pure l’orientamento […] dell’avere uno scopo da realizzare....[...]. La vostra esperienza è nella vostra coscienza, che è un corpo di luce fluida..."
(Almaas)

giovedì 15 dicembre 2016

Provateci

"Non ho bisogno di certezze, io vivo nel coraggio. Il coraggio è la mia essenza, che è amore per la vita. Sono libero dai ricordi e dalle anticipazioni, ignaro di ciò che sono e di ciò che non sono. Non sono assuefatto alle descrizioni del sé: tutto ciò non mi è utile. Ho il coraggio di essere come nulla e di vedere il mondo così com'è: nulla. Sembra semplice, ma provateci!"
(Sri Nisargadatta Maharaj)

lunedì 12 dicembre 2016

Rapporti....

"In effetti è molto difficile avere un rapporto con qualcuno, in cui ci sia un contributo da entrambe le parti e dove ognuno si realizzi pienamente, un rapporto in cui l'altro sia il luogo che apre la dimensione stessa dove tutto si dà e si mostra, si orienta e si rappresenta, e sia così la cosa più vicina di una prossimità preliminare a ogni spazialità. Un'esperienza simile è evidentemente una delle meraviglie che è dato all'uomo di poter vivere. Incontrare un altro uomo. Non un'ombra di se stesso, un numero, ma un Altro."
(F. Midal, "Conferenze di Tokyo. Martin Heidegger e il pensiero buddista", ed. O barra O, Milano, 2013 - Citato nella conferenza "UNA VITA PER IL DIALOGO: DIALOGO IDENTITA’ E ARRAZIONE" del Dott. Gabriele Nardi del 22 ottobre 2016)